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domenica 9 maggio 2021

9 maggio '78

 Nel settembre del 2014 andai in vacanza in Sicilia. Ai tempi lavoravo in Germania e decisi con tutta la famiglia di tornare in quella terra, dove ogni estate, da bambino, andavo al mare.

Andarci da bambino e andarci da adulto sono però due cose differenti, soprattutto quando si va in Sicilia, si ha una diversa consapevolezza della sua storia.

Da tanto tempo infatti, avevo visto il film "I cento passi" di Marco Tullio Giordana. Il film è incentrato sulla storia di Peppino Impastato, nato in una famiglia mafiosa, ma per tutta la vita contro la mafia. Senza altre armi se non quella della sua radio, dove la lingua tagliava come una spada.


Laddove l'omertà, il familismo amorale, la corruzione intellettuale e non, imperversavano, resta ancora oggi difficile pensare che qualcuno potesse armarsi di tanta fantasia per mettere il re a nudo, avendo tutto da perderci e nulla da guadagnarci.

Quindi la differenza con i miei viaggi precedenti sta tutta qui, sole e mare possono decisamente aspettare, c'è qualcosa di più importante sulla strada dall'aeroporto di Palermo alla nostra città di destinazione: Cinisi.

Al mio arrivo, noto tante piastrelle colorate e con temi variegati a terra, solo dopo mi renderò conto di stare facendo i fatidici cento passi.


Quello è infatti il percorso indicato fra l'ex casa di Tano Badalamenti, boss mafioso della città e casa di Peppino, oggi museo in memoria dello stesso e di sua madre Felicia. Il percorso è segnalato con pietre d'inciampo a tema legalità.

E si arriva quindi all'ingresso.


Fra disegni, appunti di giornale e mobili dell'epoca, si arriva infine alla camera di Peppino.


È una stanza come tante. Il significato che assume è però sicuramente speciale, perché è una stanza dove è stata scritta una delle storie più importanti dell'antimafia. C'è dentro un vissuto in quella penombra. Quella luce fioca, filtrata dall'oscurità della stanza, mi ha fatto pensare a ciò che per me, idealizzando, è stato Peppino. Il piccolo siciliano di provincia, incosciente, il povero illuso contro la mostruosità di un fenomeno ben più grande di lui. Eppure, per quanto fosse grande l'ombra del mostro da affrontare, quella luce è filtrata, per rimanere. 

Peppino è stato ucciso dalla mafia il 9 maggio '78. Non ne parlò nessuno sulle tv nazionali perché la sua morte venne oscurata da quella di Aldo Moro, ucciso barbaramente dalle Brigate Rosse.

Se passò sotto silenzio allora, oggi invece si può dire che il ricordo del piccolo siciliano di provincia che sfidò la mafia rimane più che mai vivo. E va mantenuto tale.

Chiedo scusa alcuni miei passaggi possono sembrare retorica, ma l'alternativa è la cronaca asettica o il minuto simbolico di silenzio, il ricordo muto. Proprio lui che muto non è stato mai. Preferisco quindi dire anche io due parole, anche stupide all'occorrenza, per onorare la sua memoria. Grazie Peppino. 

E poi con quel disco di De André direi che qualcosa in comune di cui avremmo potuto parlare ce lo avevamo.


Devo ascoltarmi bene bene Tenco, Baez e The Animals, dei quali conosco solo qualche canzone o hit qua e là. Mo' mi è venuta la curiosità.

Per chi vuole approfondire, non posso esimermi dal consigliare la visione de "I cento passi", dall'ascoltare i suoi interventi a Radio Aut disponibili su Youtube, e dal fare un salto sul sito del Museo Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato, in attesa di poterlo fare dal vivo.

È possibile anche fare una donazione, per aiutare il museo mantenere viva la memoria della storia di Peppino e la sua lotta alla malavita: l'arma più grande che abbiamo per sconfiggere quella "montagna di merda" che è la mafia.


Grazie dell'attenzione e alla prossima. Chamampi sikuri!

giovedì 25 marzo 2021

Un umile omaggio al Sommo Poeta #Dantedì

Quest'anno segna il 700° anniversario della morte di Dante Alighieri, ufficialmente il prossimo 13 settembre. Questo anniversario assume in questa data ancora più importanza, infatti come ogni 25 marzo oggi è Dantedì, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri.

A mio modo ho pensato di rendergli tributo. Non tanto perché lui ne abbia o meno bisogno, né perché voglia ostentare il mio orgoglio per questa icona nazionale intramontabile, quanto per ragioni molto più spicce, intime, personali.

Io ho un cognome strano ai più, che fin da piccolo, all'appello, gli insegnanti non sapevano come leggere: Dander. Lo sentii negli anni storpiato in più modi dai miei compagni di classe, a volte anche canzonato. Un cognome quindi che mi faceva sentire un po' fuori posto fra i vari Romano, Garavaglia, Coppi e simili. Di origine austriaca (pare sudtirolese), un cognome estraneo e quindi curioso. Italiano e straniero nello stesso momento.

Non fosse altro però, che nessuno possedeva un cognome di tanto solare assonanza con quello del Padre della Lingua Italiana: Dante Alighieri.

Questo cortocircuito mi ha fin da piccolo suscitato curiosità per la figura di Dante, oltre che una ovvia simpatia. Per il solo fatto di esistere e portarsi dietro tanta fama, dava un che di dignità, finanche lustro, al mio cognome che da solo non avrebbe avuto.

Nel tempo ho imparato ad apprezzare il mio cognome, che uso io stesso per giochi di parole in lingue straniere per dilettare amici e conoscenti creandomi alter ego o producendomi in giochi di parole, ma è stato proprio in Cina che questo legame con la figura di Dante si è restaurato e rafforzato.

La Cina è vicina, si dice, ma in realtà i riferimenti culturali comuni da poter usare come insegnante non sono poi moltissimi: Marco Polo? Matteo Ricci? Luciano Pavarotti? Certo non posso tenermi Gabriele, che qui diventa cacofonicamente Gabribols, Gablilili e compagnia cantante. 

Ma certo: Dante Alighieri!

E sia, ecco il mio nome cinese: 但丁, pronunciato Dàndīng. Dante, appunto.

Il rientro in Italia è coinciso con l'inizio della pandemia COVID. Questo ha scombussolato molti dei miei piani, fra i quali il rientro in Cina, dovendo rinunciare a un paio di agganci, ma so di essere in buona compagnia. Per usare termini danteschi, posso reputarmi comunque fortunato in tutto questo potendomi collocare in Purgatorio, laddove per altri è già Inferno.

"Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita", queste parole sono tornate familiari a molti e nel mio caso, ha suscitato una reazione di questo tipo: adesso si tratta di capire come la vogliamo attraversare, questa selva.

Ho quindi fatto qualcosa che avevo posticipato per molto tempo, occupato com'ero a vivere, lavorare, viaggiare: ho letto la Divina Commedia per intero. 

Banalmente devo dire che i canti sull'amore tragico di Paolo e Francesca e sulla superbia di Ulisse sono sicuramente stati quelli che mi hanno colpito di più. Sono versi molto famosi che qui sotto ripropongo per coloro che non dovessero conoscerli.

PAOLO E FRANCESCA

"Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende 

prese costui de la bella persona 

che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona, 

mi prese del costui piacer sì forte, 

che, come vedi, ancor non m’abbandona."

(Inferno: Canto V)

I passaggi che colpiscono maggiormente sono per me "che mi fu tolta, e il modo ancor mi offende" riferendosi alla morte che ha portato via l'amato, in un modo che mai si riuscirà a perdonare e perdonarsi. Inoltre il verso "mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m'abbandona" dà quel senso di immortalità del sentimento provato.

Tuttavia, a lungo mi ero interrogato su quel celebre "Amor, ch'a nullo amato amar perdona". Un verso che ho sempre percepito più che compreso, come un bel quadro del quale non ti serve capire l'intenzione del pittore per riuscire ad apprezzarlo. 

Forse certe cose è meglio che non vengano mai dette, che rimangano belle così come si avvertono. Un po' come Red in Shawshank Redemption (Le ali della libertà) quando sente quelle due soprano italiane cantare dall'altoparlante del carcere. Non chiedetemi chi fossero o cosa cantassero, non lo so nemmeno io, per lo stesso motivo.

Questa volta però avrò tempo e modo di soffermarmi, quindi decido di farlo, di esaminare la semantica di questo verso. E devo dire che in seguito ad una più attenta analisi, si comprende meglio perché Dante, dopo questo colloquio con Francesca, cada come corpo morto cade, svenga.

"L'amore, che non consente a nessuno che sia amato di non ricambiare"

Non spiegherò il significato nel dettaglio, anche perché penso che con un piccolo sforzo ci si possa arrivare da soli. A voi la scelta, se limitarvi all'originale in volgare, senza capirne le parole appieno ma apprezzandone la melodia, o se invece analizzarne il significato.


ULISSE

«Quando mi diparti’ da Circe, che sottrasse 

me più d’un anno là presso a Gaeta, 

prima che sì Enea la nomasse,                                    


né dolcezza di figlio, né la pieta 

del vecchio padre, né ’l debito amore 

lo qual dovea Penelopé far lieta,                                    


vincer potero dentro a me l’ardore 

ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, 

e de li vizi umani e del valore;                                        


ma misi me per l’alto mare aperto 

sol con un legno e con quella compagna 

picciola da la qual non fui diserto.                                


L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, 

fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, 

e l’altre che quel mare intorno bagna.                         


Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi 

quando venimmo a quella foce stretta 

dov’Ercule segnò li suoi riguardi,                                  


acciò che l’uom più oltre non si metta: 

da la man destra mi lasciai Sibilia, 

da l’altra già m’avea lasciata Setta.                              


"O frati", dissi "che per cento milia 

perigli siete giunti a l’occidente, 

a questa tanto picciola vigilia                                         


d’i nostri sensi ch’è del rimanente, 

non vogliate negar l’esperienza, 

di retro al sol, del mondo sanza gente.

                        

Considerate la vostra semenza: 

fatti non foste a viver come bruti, 

ma per seguir virtute e canoscenza".   


(Inferno: Canto XXVI)



Il finale di quanto detto da Ulisse in questi versi è celebre e sulla bocca di tutti ancora oggi. Quello che però manca è tutto il contesto del discorso di Ulisse.

Nella mia vita ho viaggiato tanto, e tanto vorrei viaggiare ancora, per questo queste parole, dalla prima all'ultima mi mettono di fronte a uno specchio, dove vedo le mie speranze e le mie paure nello stesso istante.

Le paure del lungo viaggio, del lasciare i propri affetti, del senso di egoismo che si avverte o dell'irriconoscenza verso gli altri che si prova, sono riassunti nei versi riguardanti la famiglia, ma subito dopo quella voce interna perde forza di fronte all'ambizione, al desiderio di conoscenza, suggellato sul finale come motivo in sé di esistere. 

Il conflitto fra la staticità, la stabilità degli affetti, e l'abbracciare la vita, vivere i propri sogni. Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare.

È un tema che sento presente, e sono sicuro di essere in buona compagnia anche in questo caso. Ci si sente un po' peccatori, ma sebbene macchiati di quel peccato originale: vivi. Vivi come ci si può sentire solo se si inseguono virtù e conoscenza.

Su questo tema, consiglio la lettura di Antologia di Spoon River, testo poetico ad opera di Edgard Lee Masters che ha ispirato anche Fabrizio De André nell'album "Non al denaro, non all'amore, né al cielo". 

Ambientato in un cimitero dove i morti raccontano la loro vita con la poesia, una per ogni tomba, una per ogni vita. Si sa, da morti, non c'è bisogno di mentire, di scamparla, di vendersi come qualcosa che non si è. Il risultato è ad esempio questa poesia, intitolata George Gray, il nome di uno dei defunti del cimitero immaginario di Spoon River.

"Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio.
È una barca che anela al mare eppure lo teme."



Un ultimo verso che mi piace ricordare è il V del Purgatorio, dove Pia de' Tolomei, uccisa dal marito che voleva risposarsi con un'altra donna, si rivolge a Dante, unico corpo vivo in un luogo di sole anime, e gli chiede:


«Deh, quando tu sarai tornato al mondo, 

e riposato de la lunga via», 

seguitò ‘l terzo spirito al secondo,       


«ricorditi di me, che son la Pia: 

Siena mi fé, disfecemi Maremma: 

salsi colui che ‘nnanellata pria 


disposando m’avea con la sua gemma»



Le anime del Purgatorio possono accedere più presto al Paradiso qualora qualcuno le ricordi sulla Terra e preghi per loro. Mi piace questo collegamento fra il defunto e chi vive ancora, e di come lui non sia davvero morto finché ci sarà qualcuno a tenerne vivo il ricordo. Il "ricorditi di me, che son la Pia" rieccheggia candido e soave, tanto da non essere una richiesta, malgrado l'imperativo, ma una preghiera esso stesso, una cortesia, un gesto di gentilezza anelato. Tanto cortese dal riuscire nel suo intento di non poter essere più dimenticato.

Questo è ciò che suscita nel lettore la Divina Commedia: il mettersi in viaggio nel profondo dell'animo umano, il puntare il dito verso qualcuno che poi scopri essere te stesso, l'empatia verso persone tanto diverse e lontane da noi eppure così simili nelle esperienze, negli errori, nei dolori, nelle speranze.

Un'opera grandiosa concepita da un uomo che non era armato dell'immediata reperibilità di informazioni che abbiamo noi oggi, eppure riuscì a mettere insieme storie, personaggi, miti, in un universo coerente da lui creato e a farci empatizzare con le loro vicissitudini, in cento canti tutti in rima.

C'è quindi molto da festeggiare oggi, nel ricordare Durante Alighieri e il grande regalo che ci ha lasciato, bello e inesauribile. Grazie, Dante.

Spero di farvi anche io, a modo mio, un regalo nel mettervi a disposizione alcuni strumenti che mi hanno permesso di apprezzare appieno la Divina Commedia.

WEEBLY - LA DIVINA COMMEDIA: https://divinacommedia.weebly.com/

Testo per intero in volgare e in italiano corrente. Interpretazione dei testi e note. Approfondimenti sui personaggi, i luoghi e gli eventi descritti nella Commedia.

YOUTUBE - LA DIVINA COMMEDIA IN HD: https://www.youtube.com/user/LaDivinaCommediaDVD

Tutto l'universo della Commedia in formato video. Una pillola per ogni canto dell'Inferno, più pillole comprensive di più canti per il Purgatorio e il Paradiso. Per quelli che non hanno tempo di leggersi tutta l'opera e vogliono gustarsi la Commedia in modo più immediato. Qui sotto i link alle playlist.

Inferno
Purgatorio
Paradiso

YOUTUBE - ENCICLOPEDIA INFINITA: https://www.youtube.com/channel/UC-APvpafM3OpUoMx0cetFCQ

Canale della Società Dante Alighieri con tantissimi video divulgativi riguardanti l'arte e la storia dell'Italia. Moltissimi video su Dante. Consiglio la playlist del professor Onorati, che racconta Dante con passione e offrendo interessanti chiavi di lettura che altrimenti, almeno a me, sarebbero sfuggite.

Curiosità su Dante Alighieri - Prof. Aldo Onorati

YOUTUBE - INFERNVM (CLAVER GOLD & MURUBUTU): https://www.youtube.com/playlist?list=PLXI1mcunnpYO6oss1s3jBFrXGBKFkhVkN

Infine un consiglio musicale, un concept album dal titolo di per sé esplicativo. Per gli amanti della musica rap di qualità.

La mia canzone preferita dell'album è, ovviamente, Paolo e Francesca. Ed è proprio con questo pezzo che si conclude questo viaggio nella Divina Commedia. 


Per il carattere personale che quest'opera e la figura di Dante rappresentano per me, nel mio piccolo, oltre a questo post, lascio una cover proprio della canzone Paolo e Francesca. Inizialmente concepita come regalo di compleanno per un altro mio amico appassionato di Dante: Marco. Rispolverata e condivisa con chiunque capiti da queste parti in questa speciale occasione.

Grazie per l'attenzione, alla prossima e... chamampi sikuri!



sabato 9 gennaio 2021

Cronache dal Myanmar: giorno #5 e #6

Come ci sono arrivato a questo stato di estasi?

La risposta è in questo lungo post, che riprende il mio viaggio in Myanmar di due anni fa. È il momento di riprendere il racconto, ma... dove eravamo rimasti?

Aspettate... vado a rileggere gli episodi precedenti.

Cronache dal Myanmar: giorno #1
Cronache dal Myanmar: giorno #2
Cronache dal Myanmar: giorni #3 e #4

Ah già, il Monte Popa... il grande irreprensibile Monte Popa! Ci sono, riprendiamo con il racconto.

Il giorno 5 è quello del trasferimento. 9 ore di bus per arrivare al Lago Inle, o meglio, Nyaungshwe, cittadina della quale a tutt'oggi non so pronunciare il nome. 

Tempaccio orribile, curve su curve, ginocchia in gola (se non ho busto e culo non è colpa di nessuno), carichiamo inspiegabilmente su sto furgoncino sacchi e ancora altri sacchi di tamarindo, manca solo Mastrota con il set di pentole, facciamo una sosta dove pago milioni di dollari per un pezzo di carne crudo in acqua.

...ma in tutto questo i paesaggi sono belli.

Arrivo, sfuggo all'assalto dei tassisti che mi vogliono far pagare per 100 metri, ricarico il cellulare, arrivo in hotel. MI SPIAGGIO E NON VOGLIO SENTIRE UNA PAROLA FINO A DOMANI, CAPITO?

Ah in tutto questo per entrare in città, facente parte della zona adibita al turismo, sono 15000 kyat. 15000 mila kyat??!? CAPITO?!??!!? Q-U-I-N-D-I-C-I-M-I-L-A.

No beh che poi sono tipo 11 dollari.

Il giorno 6 il programma prevede Kakku (tutta salute) e le grotte di Pindaya. Mi prenotano un fedele autista che mi scorrazzerà amabilmente fra sentieri e tornanti di campagna, cosa che adoro essendo io un idrante alla prima curva. Il tutto per 100000 kyat. Sì. che poi sono tipo 75 dollari.

Il tempo non è dei migliori ma Kakku è molto godibile. Una bella distesa sterminata di pagode immersa nel verde.


E proprio perché è godibile me la giro e me la rigiro, esploro, anche quelle zone meno battute.



Ed è proprio lì che, senza preavviso, così de botto, senza senso...

...ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ! *MI DO UNO SCHIAFFO MORTALE AL COLLO DA SOLO*

Mi sento come Forrest Gump in Vietnam quando venne "morso" nel posteriore, srotolo la mano dal cappuccio della felpa e ci trovo una bella vespa che potrebbe essere un motorino quanto a dimensioni, non fosse altro che siamo parlando dell'insetto.

La vespa è tramortitissima, quindi la butto via (animalisti sucate). Il problema è che il mio collo sta gonfiandosi tipo pallone aerostatico.

Un po' lo choc, un po' l'irripetibilità della situazione, un po' il sito ancora da visitare, rimango a girare ancora una decina di minuti prima di realizzare che forse dovrei fare qualcosa per il mio collo, o anche solo per evitare altri tipi di choc, tipo quello anafilattico.

Vado in biglietteria, dove parlicchiano inglese e fanno spallucce. Mi invitano a metterci sopra dell'aglio. Sì, bello tutto, ma forse ci va qualcosa di più. Spiegano la situazione al mio autista, che qui si tramuta in compagno di avventura.

Disorientato, ritrova il senso dell'orientamento per portarmi in un ambulatorio. 

Quando arrivo, entro nella sala principale. Tutte donne a piedi nudi con figli in braccio. Nello stesso medesimo istante tutti i loro occhi sono puntati su di me.

Arriva un'infermiera, il mio autista dice una parola. L'infermiera la ripete sotto forma di domanda. Lui la ripete con tono confermativo.

Tipo così:

Autista: နကျယ်ကောင်
Infermiera: နကျယ်ကောင် ?!?!?
Autista: နကျယ်ကောင် !!!!

Dove နကျယ်ကောင် potrebbe significare "vespa", ma anche "turista coglione" per quanto ne so. Fatto sta che tutte le donne gravide o con figli o gravide con figli che fino a lì mi fissavano incuriosite, tutte, nessuna esclusa, nello stesso istante cominciano a ridere.

Ridono fra di loro, poi mi guardano e tornano a ridere.

Eh vabbè, che devo fa? Rido anche io. D'altronde la risata è contagiosa!

Curioso come questi momenti si rivelino quelli più preziosi e indimenticabili di un viaggio, ma lo sono davvero. Io turista occidentale deriso in un ambulatorio da donne birmane dopo esser stato punto da una vespa. Nel 2001, quando facevo le scuole medie, avrei mai pensato un giorno di finire in uno scenario del genere? No, pensavo roba banale tipo diventare un calciatore, o un cantante, o di avere figli e una famiglia, un lavoro fisso. Ma quanto eri banale, Gabbrié? Niente sarebbe stato più epico di questo. Niente ti dico!

Che fantaaaaasticahhhhh storiahhh la vitaaahhhh... (cit.)

L'infermiera mi fa accomodare in una saletta, mi scruta, mi dà delle pilloline rosa che penso fossero appunto antistaminici, mi lascia andare. Quelle pilloline, le conservo ancora gelosamente.

Pillola ros(s)a o pillola blu?

Momento riflessione: quella signora me la immagino a raccontare la sua giornata al marito, di sto turista minchione punto dalla vespa. Mi provoca davvero un sorriso pensare di essere stato un divertente argomento di discussione per tutta quella gente. È fantastico come la vita intrecci i nostri destini per i motivi più disparati.

E visto che la risata è contagiosa, ma anche lo sbadiglio, una volta in macchina, nel viaggio per Tongyi mi addormento. Tre volte. Cioè, mi addormento, becchiamo un tornante, mi sveglio, mi addormento... in loop.

A Tongyi c'è pochino, una pagodina, son qui per vedere la ciccia di questo posto, ovvero le Grotte di Pindaya.

3000 kyat per l'entrata, 500 per fare foto.


Sì, perché ne varrà la pena.

L'entrata presagisce all'atmosfera che si incontrerà in questo sito. La pace. L'armonia. Il ritrovarsi come bambini a meravigliarsi di qualcosa di nuovo, inspiegabilmente bello, mai visto prima.

Vi porto a fare un giro. Seguitemi.





Il mio posto preferito è questa grotta minuscola, dove bisogna letteralmente strisciare per entrare. In genere mi definirei claustrofobico, ma qui gli spazi stretti non si avvertono davvero, perché ci sei solo tu, la luce e tutti questi Buddha che ti sorridono.



E quindi torniamo alla domanda iniziale, come ci sono arrivato a quello stato di estasi?

Penso ormai di conoscere quali sono i luoghi che mi affascinano di più. il Tempio di Bayon ad Angkor Wat, Rano Raraku all'Isola di Pasqua e ora le Grotte di Pindaya, cosa hanno tutte in comune?

Visi scolpiti per l'eternità immersi nella natura. L'uomo e la natura che si fondono, si uniscono, non si sfruttano, non si distruggono. Coesistono in armonia. Un'armonia che non puoi non percepire. Un'armonia alla quale in quel momento, con il semplice silenzio e la contemplazione, sei per tua natura destinato a partecipare.

giovedì 17 dicembre 2020

Metti un giorno di novembre a Datong


Metti un giorno di novembre a Datong. Un giorno di freddo fottuto a -10°C. Un giorno in cui nonostante tu sia più imbacuccato di un eschimese al Polo fra guanti, cuffie, cappucci e sciarpe, i cinesi riescono comunque a riconoscere che tu sia straniero e volersi fare foto con te.

Ecco, in un giorno così io sono salito sulle mura. Rischiando una finaccia peggio di Di Caprio in Titanic.

Altri 5 minuti Rose, o tutta l'eternità. C'era spazio anche per me comunque, stronza.

Risultato: gelo più totale, come avere il corpo trafitto da mille lame (cit.). Se novembre nello Shanxi è così, non oso immaginare l'inverno inoltrato. 

Ma per il bene della musica, del viaggio in sé, nonché di questo blog spumeggiante: questo e altro. Armato del mio siku decido comunque di fare un video. Anche se non c'è un cristiano temerario come me in tutti i 7.2 chilometri di muraglia. Nemmeno il servizio noleggio biciclette o quello dei buggy elettrici sono attivi. Io, le mura e il freddo. Nessun altro.

Mi arrangerò. Never gonna give you up! ♫ 

Cammina, cammina... mentre la tormenta infuria... ed ecco spuntare una pagoda all'orizzonte. Location trovata.

Prima mossa, togliere i guanti. E già lì uno dovrebbe desistere, visto che in pochi istanti cominci a perdere la sensibilità delle dita.

E invece no, provo maldestramente a sistemare la camera su un supporto stabile e isolato dalla borella che tira come nemmeno a Trieste. Estraggo il siku dalla sua custodia e cerco a spanne di rientrare nell'inquadratura.

Penso che questa sia la mia esecuzione di "Sorpresivamente" più veloce di sempre. Dolorosa, letteralmente agghiacciante, ma per questo storica.

E poi un finale tutto da gustare! E quindi... gustatevelo!


Chamampi sikuri e alla prossima, sempre su questi schermi!















...

























PICCOLO EXTRA OFFERTO SOLO PER VOI DA MONDIALCASA CON SET DI PENTOLE INCLUSO NEL PREZZO SOLO PER OGGI. IL BACKSTAGE DEI TENTATIVI FALLITI DI RIENTRARE NELL'INQUADRATURA RISCHIANDO L'IBERNAZIONE PER DIRETTISSIMA IN SEGUITO AI RIPETUTI FALLIMENTI.

BUONA VISIONE.




venerdì 27 novembre 2020

Ho suonato per il Buddha di Leshan before it was cool

Qualche settimana fa, per caso, ho beccato in tv un cartone animato della Dreamworks, dal titolo 'Il piccolo Yeti', tradotto così non si sa come da 'Abominable', ma dettagli. Molto disneyano se vogliamo. E infatti ho pensato che essendo da tanto che non guardavo un cartone disneyano, e dato il fatto che il film fosse a tema Cina, fosse il caso di dargli una possibilità.

Sono finito ai lacrimoni. Cioè, a parte i vari luoghi, paesaggi della Cina ricreati nella pellicola, da me visitati e non, ma pure la storia è di per se molto commovente.

E un po' per la storia, un po' per questa scena qua sotto, a un certo punto ero un idrante:


Leshan Buddha + storia strappalacrime aka lacrime strappastorie + Fix you dei Coldplay = FATALITY.

Ma soprattutto, mi ha fatto ricordare di come io avessi fatto qualcosa di simile senza aver ancora visto il film (Leshan Buddha che fiorisce a parte).


E poi ho aspettato. Oggi è infatti il giorno dell'anniversario della mia visita a Leshan.

È stato un anno difficile per tutti, che si appresta a finire. A suo modo ci ha insegnato molto su noi stessi e su gli altri. Spero che ne faremo tesoro e che ci possa tornare utile.

Che il 2021 possa portare a tutti noi quello che desideriamo e l'ispirazione che ci serve per sognare un domani migliore.

Chamampi sikuri! Alla prossima!


domenica 23 agosto 2020

Sorpresivamente (sikuri tutorial)


ARKA: --6----5------5------
IRA:      6---5---444----3444

ARKA: 3----33233323
IRA:      --3--------------

ARKA: ----5-----
IRA:      34---444

ARKA: ---------555
IRA:      54443------

ARKA: ----77----
IRA:      56-----56

ARKA: 33-3-3
IRA:      --4-4--   *repique

ARKA: --6----5------5------
IRA:      6---5---444----3444

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IRA:      --3--------------

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IRA:      34---444

ARKA: ---------555
IRA:      54443------

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IRA:      56-----56

ARKA: 33-3-3
IRA:      --4-4--   *repique

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IRA:      4---------------

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IRA:      34---444

ARKA: ---------555
IRA:      54443------

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IRA:      56-----56

ARKA: 33-3-3
IRA:      --4-4--   *repique

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IRA:      4---------------

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IRA:      34---444

ARKA: ---------555
IRA:      54443------

ARKA: ----77-----
IRA:      56-----566

ARKA: --6---5---
IRA:      6--5---44

ARKA: -------5---
IRA:      4334---55

ARKA: -----77-----
IRA:      556-----566

ARKA: --6---5---
IRA:      6--5---44

ARKA: -------5---
IRA:      4334---55

ARKA: -----77----
IRA:      556-----56


No tienes un siku? Inténtalo con el simulador!

Simulatore di Siku




Sorpresivamente

Sorpresivamente me enamoré
de tus lindos ojos
que ayer me miraron
de tus labios rojos
que ayer me besaron

Sorpresivamente me enamoré
de tus lindos ojos
que ayer me miraron
de tus labios rojos
que ayer me besaron

Dejar de quererte, dejar de amarte
eso es imposible negra de mi alma

Dejar de quererte, dejar de amarte
eso es imposible negra de mi alma

Ay! mi morenita quiero que comprendas
este mi cariño

Ay! mi morenita quiero que comprendas
este mi cariño

Traduzione in italiano - Sorprendentemente

Sorpresivamente
mi sono innamorato
dei tuoi occhi belli
che ieri mi hanno guardato
delle tue labbra rosse
che ieri mi hanno baciato

Sorpresivamente
mi sono innamorato
dei tuoi occhi belli
che ieri mi hanno guardato
delle tue labbra rosse
che ieri mi hanno baciato

Smettere di amarti, smettere di amarti
questo è impossibile nera della mia anima

Smettere di amarti, smettere di amarti
questo è impossibile nera della mia anima

Oh! Mia brunetta voglio che tu capisca
questo mio affetto per te

Oh! Mia brunetta voglio che tu capisca
questo mio affetto per te


sabato 8 agosto 2020

Il viaggio della vita: Rapa Nui

Non mi ricordo quando sentii parlare di Rapa Nui la prima volta. In un certo senso è come se il desiderio di andarci mi avesse accompagnato tutta la vita. Quello che so è che i luoghi che preferisco visitare sono quei luoghi dove la natura e la civiltà degli esseri umani si intrecciano e diventano una cosa sola, sono quindi sempre stato attratto da templi in rovina, castelli su costiere scoscese, antiche città perdute nelle montagne. Rapa Nui si inserisce bene in questo profilo.

Ma quello che ancora di più mi affascinava e mi affascina tutt'ora di questo luogo è il suo isolamento e quanto quest'ultimo abbia finito per caratterizzare fortemente la cultura del popolo Rapa Nui, così enigmatica e indecifrabile in seguito alle vicissitudini storiche che hanno portato molte testimonianze a perdersi nel tempo.

Proprio l'isolamento inoltre, ha reso questo luogo un microcosmo. Quello che per noi è una piccola isola sperduta nell'oceano, per il popolo Rapa Nui era il centro del mondo, anzi no, dell'universo. Questo ha portato alla nascita di una cultura, di una religione, di una lingua uniche e fra di loro fortemente interconnesse.

Da amante delle lingue, culture straniere, e con il pallino dei viaggi spirituali, con questo bagaglio di sogni e speranze propongo al mio maestro di sikuri Reynaldo un viaggio a Rapa Nui. Lui aveva visto il film omonimo e da allora aveva fatto le sue ricerche, arrivando anche a leggere di teorie che affermano come i Rapa Nui possano aver avuto collegamenti con i popoli indigeni dell'oggi America Latina.

Queste teorie provengono soprattutto dal libro 'Easter Island: the mystery solved' di Thor Heyerdahl. Un archeologo norvegese che fece studi originalissimi un po' ovunque nel mondo sulle civiltà antiche, famoso anche per le sue traversate oceaniche a bordo di zattere per provare come le civiltà antiche fossero molto più interconnesse di quanto possiamo pensare.

Per saperne di più su di lui il museo Kon-Tiki di Oslo offre un'interessante lettura. Delle tante cose che potrei visitare in Norvegia un giorno, qualora decidessi di andarci, sicuramente ci sarebbe questo museo.

Ci hanno fatto anche un film!

Ad onor del vero molti dei suoi studi sono rigettati dalla storiografia ufficiale, ma avendo letto il libro e le sue teorie, oltre che conoscendo la sua storia, né le teorie, né la sua persona perdono di interesse ai miei occhi. Il processo di studio ed esplorazione con il quale giunge a determinate conclusioni sono più interessanti delle conclusioni stesse a mio giudizio.

Peraltro è notizia freschissima che ci siano tracce di antenati nativi americani nel codice genetico dei Rapa Nui, quindi la ricerca sta facendo il suo corso sulla faccenda.

Ad ogni modo, Reynaldo accetta di buon grado, anche per lui sarebbe un sogno che diventa realtà. Io ai tempi (2015) lavoravo in Germania per una compagnia aerea famosa e potevo usufruire dei biglietti staff, anche detti standby tickets. Morale della favola: paghi poco, ma parti se c'è posto.

Prenoto dunque due biglietti standby dall'8 agosto 2015 al 15 agosto 2015. Questi i voli in programma per l'andata:

8 agosto 2015. Amburgo 15.40 → Madrid 18.50.
9 agosto 2015. Madrid 00.20 → Santiago del Chile 8.50
10 agosto 2015. Santiago del Chile 9.00 → Rapa Nui 12.55.

Fate voi il conto ma a memoria ci andarono più o meno 24 ore di viaggio. Con un solo piccolissimo problema.

Adesso, Gabriele di 30 anni, parlerà con Gabriele di 25 anni alle prese con la sua prima traversata oceanica.

"GABRIELE CHE M****A STAI FACENDO??? MA TI RENDI CONTO CHE QUESTO È UN BIGLIETTO STANDBY???? SE NON BECCHI ANCHE UNA SOLA CONNESSIONE RISCHI DI MANDARE IN M***A TUTTA LA VACANZA!!!"

Perdonate i francesismi, ma apprezzate l'autocensura.

Sì, perché il volo per l'Aeroporto Mataveri di Rapa Nui, unico volo al mondo a volare sull'Isola di Pasqua, non vola ogni giorno. In quel caso se avessi perso il volo intercontinentale da Madrid a Santiago del Chile e fossi arrivato il 10, avrei dovuto aspettare il 12 per partire per Rapa Nui, mangiandomi due giorni dei cinque totali. Bella pensata, Gabri.

Chiedi più giorni di vacanza, rimandala all'anno successivo, ma pensaci bene. Come? Già prenotato tutto? Te ne pentirai.

E infatti all'imbarco ad Amburgo ci sono questi al banco che subito sembra ci godano a fartela sudare.

"Ehhh vedremo se c'è posto, sa il volo è completamente prenotato oggi... la richiameremo noi poco prima della partenza..."

Quello che penso io è: 'Ma porcoddue ma se è un Madrid Amburgo e già non ci stanno posti che speranze ho di beccare la coincidenza per Santiago?!? Posso mettere le coronarie nel bagaglio da stiva signorina?'

A 45 minuti prima della partenza riceviamo l'OK. Corsa attraverso ai controlli alla Usain Bolt, prendiamo l'aereo al volo alla Fantozzi. Ci giriamo e vediamo delle file libere.

FATEMI SCENNE CHE DEVO STACCARE LA TESTA A QUELLO AL CHECK-IN DI IBERIA! No aspè, comincia il viaggio, sei già sudato come un tricheco al polo con il surriscaldamento globale quindi mo ti siedi e dormi. E così faccio.

Arriviamo a Madrid. Riparte la tiritera. Si forma la coda di biglietti standby che pregano di essere imbarcati. Si spera che qualcuno si ricordi di avere gli yogurt in scadenza, di aver lasciato il cane in macchina, insomma che se ne vada. Scatta l'invidia sociale per chiunque dovesse imbarcarsi al posto nostro. Anche perché meglio dormire in aereo che in aeroporto.

Mancano 45 minuti alla partenza. Riceviamo la luce verde. Riparte il delirio.

Corsa, controlli, ricorsa verso l'imbarco che ovviamente è al gate più lontano possibile dall'uscita dei controlli. Ti senti Tom Hanks due volte. Corri come Forrest, hai il terrore di rimanere bloccato nel terminal come Viktor Navorski.

'ndo sta il volo per l'Alabama?

Ma questo è il bello. Quando sei sull'aereo non ti senti più un privilegiato che ha i soldi per permettersi lo spazio per le gambe, il pasto a scelta, ecc. Sei su quell'aereo quasi per miracolo, hai corso come un pazzo, sei sudato e puzzi e sei per questo odiato da quelli che invece si sono scelti il posto a sedere ed il pasto. ME LO SONO MERITATO STO VOLO QUINDI MUTI!

Arrivati a Santiago, io e Reynaldo ce la giriamo con tutto il fuso orario nella capoccia e zero ore di sonno per il sottoscritto. Si campa una volta sola. Ma abbiamo ancora il volo clou, quello per l'isola, il giorno dopo. Non si dorme niente un'altra volta, ma stavolta per la tensione.

Quando il giorno dopo la gentilissima ragazza del desk LAN mi conferma il volo, le chiedo due volte conferma, incredulo. Lei mi risponde ridendo: 'Sí señor, usted va a tomar este avión'

Scoppio in un pianto liberatorio. E sì, me lo sono meritato. Me lo sono sudato, correndo e soffrendo. Non ho nemmeno dormito. Lo Staff Travel è una delle esperienze più polarizzanti emotivamente possibili. Prendi l'aereo = gioia, perdi l'aereo = sofferenza, vagabondaggio, morte apparente.

Talmente è la sensazione di vagabondaggio, di sofferenza superata, di gioia raggiunta che sul volo LA841 metto la playlist di Eddie Vedder, la colonna sonora di Into the Wild. 'I'm Supertramp!'




Dopo aver baciato la terra, lasciato i bagagli in hotel, si va subito a cercare i Moai. Non è difficile trovarli, sono dappertutto sull'isola, anche ad Hanga Roa, ridente cittadina di 6000 abitanti.

Peraltro nota a margine, fu un viaggio baciato dalla fortuna anche dal punto di vista monetario. C'è sempre da pagare un biglietto in entrata al parco dell'Isola di Pasqua, che dovrebbe ammontare a circa 70 euro a capoccia. Ebbene, per una strana congiunzione astrale la gestione del parco era in transizione da un controllo statale a uno locale, e quindi niente pagamento del biglietto di ingresso. Sono appena arrivato e sto posto già mi piace!



Una delle cose più interessanti dei Moai è che furono scolpiti con le sembianze degli antenati della Ahu (il villaggio) e venivano sempre posizionati rivolti verso la Ahu, mai verso l'oceano. In questo modo i Rapa Nui credevano che l'energia dei loro antenati, chiamata Mana, dei Moai, avrebbe protetto il villaggio intero.

Tanti Moai sull'isola sono caduti con la faccia verso il suolo. Si pensa che nei momenti di maggiore rivalità fra diversi clan dell'isola, venissero buttati giù i Moai del clan rivale per scoraggiarlo e togliere la protezione degli antenati su quel villaggio.

Ecco un esempio di un Moai 'tumbado', a Vinapu

Quello che si scopre sono anche nuovi odori. Indescrivibili. Dovessi farne un profumo direi che è un estratto di... Isola di Pasqua. Non c'è descrizione. Tipo muschio, salsedine e pietra. Lo so che le pietre non hanno odore, ma qui sì. Sono l'ingrediente segreto.



La sera si provano i frutti di mare al pilpil. Piatto tipico dell'isola. Buono buono, bello piccantino. Si scherza anche con Reynaldo sul fatto che in base al fuso orario stiamo mangiando alle 4 di notte europee.


Il giorno dopo siamo andati al Museo Sebastian Englert, ricco di tantissimi reperti dell'isola ed informazioni. Qui sotto qualche estratto:







Focalizzandoci sulle ultime due immagini, si può notare il rongorongo. linguaggio tutt'oggi indecifrato del popolo Rapa Nui. È iscritto su una statuina che rappresenta un pesce. Osserviamo un dettaglio.


È tutt'oggi impossibile decifrare cosa sia scritto su questa tavoletta a forma di pesce, perché sono rimasti pochissimi reperti con iscrizioni in rongorongo. Si pensa addirittura non sia un vero linguaggio, ma un proto-linguaggio. Qualunque cosa sia, è un'opera d'arte. 

Nella seconda immagine (quella con i numeri) c'è il conto totale dei Moai sull'isola: 887. Di cui 397 a Rano Raraku, 288 trasportati ai villaggi e 92 ancora "transitanti".

Sì. transitanti perché è ancora sconosciuta la tecnica di trasporto dei Moai. I Rapa Nui dicono che 'camminassero da soli'. Qualche informazione in più a riguardo qui!

Nel pomeriggio abbiamo poi visitato il cratere di uno dei quattro vulcani che hanno originato l'isola, chiamato Ranu Kao, ed il vicino villaggio di Orongo.











Queste isolette che vedete nelle ultime tre foto, sono le isole Motu Iti, Motu Nui e Motu Kao Kao. Erano protagoniste del rituale del Tangata Manu, ovvero l'uomo uccello. Il rituale consisteva in una competizione di nuoto. Bisognava infatti raggiungere l'isola attraversando acque infestate da squali, prendere un uovo di uccello dall'isola, tornare indietro, scalare il cratere di Ranu Kao e portare l'uovo intatto al villaggio di Orongo. Chi ci riusciva diventava l'uomo uccello e aveva privilegi come la possibilità di lasciarsi crescere le unghie, indossare una parrucca di capelli, usufruire delle uova dell'isolotto e tanto altro. In questa maniera si rendeva omaggio al dio Makemake, che non si sa fosse un culto contemporaneo o successivo a quello degli antenati.

Tutto ciò che si sa è che un tempo gli dei erano mooooolto impegnativi da accontentare!

Scendendo da Rau Kao, siamo poi passati per a Vinapu, dove abbiamo visto i primi Moai tumbados, a terra. Da lì, visto che s'era fatta una certa ed era già tardi, abbiamo fatto autostop. Tirando dedo, come si dice in spagnolo.

Il giorno seguente è stato il grande giorno. Con un tour organizzato che sarebbe partito alle 9 avremmo visitato Ahu Tongariki, Ahu Akahanga, Ahu Te Pito Kura, Ahu Nau Nau e Rano Raraku. Io sono pronto alle 9, Reynaldo è ancora in ciabatte.

In quel momento vivevamo entrambi in Germania, si sa quanto puntuali e organizzati siano i tedeschi. Ti ci abitui. Diventa parte di te (e un po' lo era già prima). Al che dico a Reynaldo di darsi una mossa... si ferma, sorride, allarga le braccia e dice:

"Mira que aquí no estamos en Alemania!"

Non penso serva tradurre.

Il bus arriva alle 9.30. Mezz'ora di ritardo. No, non siamo in Germania. Devo ricordarmelo la prossima volta...

Prima tappa: Ahu Akahanga.





Notare come nella prima foto il 'cappello' del Moai, che si chiama pukao, sia caduto qualche metro più avanti del moai. Questo perché durante le guerre fra clan, come detto prima, uno degli stratagemmi più efficaci per demoralizzare l'avversario era togliergli l'aiuto degli antenati e la loro forza, il loro mana. Pertanto venivano buttati a terra e il cappello, il pukao, rotolava qualche metro più avanti.

Seconda tappa: Ahu Tongariki.









La storia narra di come questi moai fossero tutti tumbados un tempo. Fu una spedizione giapponese chiamata Ahu Tongariki Reconstruction Comittee che si offrì di aiutare i Rapa Nui a rimetterli in piedi in un progetto chiamato Moai Restoration Project.

In cambio, i Rapa Nui, in segno di gratitudine "prestarono" un Moai per un'esposizione, dopodiché il Moai tornò a casa. Fu pertanto soprannominato El viajero, il viaggiatore. L'unico Moai a lasciare l'isola e a tornare a casa. Non tutti i Moai hanno avuto la stessa sorte...

Dei quindici moai di Ahu Tongariki, uno solo indossa ancora il pukao.


Questo perché uno dei Rapa Nui che lavorò al restauro dei Moai, scoprì di essere discendente di quel Moai. Ogni Moai rappresenta un antenato. Decise così di completare l'opera e di fargli indossare anche il pukao.

Un aneddoto di questo luogo fu che incontrammo anche degli italiani. Gli italiani sono davvero ovunque. Andassi al polo Nord probabilmente li beccherei a chiedere indicazioni ai pinguini.

Dopo un concertino con il sikuri uno di loro si avvicina e mi chiese se fossi peruviano. Io risposi di essere italiano e Reynaldo che era peruviano. Al che lui ci chiede dove viviamo. Alla risposta 'Germania', lui si ferma, si gira verso Reynaldo e gli chiede a volume stereo:

"Ma tu che c***o ci fai in Germania?!?"

E da lì Reynaldo ogni tre per due, a random, avrebbe tirato fuori questa frase per tutta la durata del viaggio, sbellicandosi dalle risate ogni volta.

Terza tappa: Rano Raraku.







Il luogo più incantevole di tutta l'isola. E non solo dell'isola.

Questo è il cratere da cui venivano prima scolpiti e poi estratti i Moai. Spuntano come funghi dappertutto. Ti senti osservato. Il loro sguardo che scruta l'orizzonte da secoli. Il verde dell'erba. La vastità dell'oceano di fronte.

Immaginare il brulicare di persone, di famiglie, che si riunivano per scolpirli, estrarli dalla roccia e portarli al villaggio. E adesso loro sono fermi lì, dove li hanno lasciati, a scolpire nel tempo le loro storie.

Non ci sono parole per descrivere la sensazione che si prova a camminare lungo il sentiero e a vedere i Moai dappertutto.


Lui è El gigante, 21 metri, scolpito ma mai estratto dalla roccia. Ancora non si sa con certezza come abbiano fatto e quale sia stato il metodo di trasporto. Vogliamo continuare a pensare che camminassero da soli. I want to believe!


Quarta tappa: Ahu Te Pito Kura.


In questa Ahu, oltre ad uno dei Moai più grandi dell'isola, si trova l'ombelico del mondo. Nell'immagine qui sopra. Secondo la leggenda, fu portata qui da Hotu Matua, il primo ad arrivare sull'isola, e rappresenta il centro dell'universo.

Questo è uno dei luoghi più simbolici dell'isola secondo me. I Rapa Nui non sapevano granché del mondo circostante, non sapevano della sua vastità, erano molto più familiari con il cielo, le stelle, paradossalmente più vicine, più osservabili.

Il primo re di Rapa Nui Hotu Matua, prima di arrivare sull'isola vide uno spirito in sogno che profetizzò che lui avrebbe raggiunto un Paese lontano chiamato Te pito o te henua, il centro del mondo. Pertanto Rapa Nui è il mondo intero. Il mondo intero è il centro del nostro universo.

Guardando il cielo stellato di Rapa Nui, la nitidezza delle stelle, non stupisce che lo pensassero.

Quinta tappa: Ahu Nau Nau.







Questo, secondo la leggenda, è dove sbarcarono i primi Rapa Nui, guidati da Hotu Matua. Moai, tutti provvisti di pukao, e la spiaggia Anakena. La sabbia bianchissima.



Finisce così la giornata e si ritorna a Hanga Roa. Malgrado manchino ancora 3 giorni al mio compleanno... è già il mio compleanno. Sì, perché ovunque si vada, Reynaldo dirà a tutti: "Èl hoy tiene cumpleaños!"

È stato il compleanno più lungo della mia vita. Ad ogni modo sicuramente uno dei migliori. E sticazzi direte voi!




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Il giorno seguente abbiamo visitato nell'ordine: Ana Te Pahu, Ahu Akivi e Puna Pao.

Ana Te Pahu è una grotta che i Rapa Nui hanno usato come abitazione e anche come rifugio dalle spedizioni straniere in cerca di schiavi. Le spedizioni dal Perù e le malattie, ridussero la popolazione Rapa Nui a 111 persone nel 1877, qui è dove si nascondevano i reduci dai vari raid degli schiavisti.

111 persone.

I Rapa Nui provano a sorridere di questo dicendo che su quest'isola, nessuno aveva segreti. Tutti sapevano tutto di tutti.




A pochi passi dalla grotta c'è Ahu Akivi, l'unica Ahu dove i Moai sono rivolti verso il mare. Dopo tante foto, ecco qualche reperto video!


Dopo aver contemplato i Moai in lungo e in largo, ponderiamo l'idea di andare a Puna Pao. L'unico problema è che sulla mappa risulta abbastanza lontano. Ma come Reynaldo dirà per tutta la vacanza:

"Vamos a la aventura!"




Si era pure accodato un ragazzo spagnolo che abbiamo incontrato ripetutamente sull'isola. Se il mondo è piccolo, figuriamoci Rapa Nui!

Arriviamo al sito di Puna Pao, uno dei più incantevoli dell'isola. Questa è la cantera dei pukao, i tipici copricapi dei moai, ne potete vedere alcuni nelle foto.








Sta tramontando il sole, si approssima la sera, e allora è il momento di tornare ad Hanga Roa.

Ma il cammino si fa più lungo del previsto, pertanto ricorriamo al tirar dedo, l'autostop, tanto pratico sull'isola!



E ti senti il vento fra i capelli, la testa piena di ricordi, il cuore straripante di emozioni.

Non male come compleanno.

Per coronarlo, ci concediamo anche uno spettacolo serale a tema danze tradizionali. Mi chiamano anche sul palco a ballare perché ovviamente Reynaldo non aveva perso l'occasione di dire que hoy él tiene cumpleaños, con l'unica differenza che per una volta era vero!

'Anche gli orologi rotti indicano l'ora giusta due volte al giorno' dice il saggio!



Lo so che speravate in un video dove ci fossi io a ballare, ma non vi darò mai la soddisfazione di vedere le mie mosse segrete insegnatemi da Kledi.

Ma io volevo fare l'usciere!

L'ultimo giorno e mezzo sull'isola è stato più tranquillo, abbiamo esplorato Hanga Roa e dintorni, e ci siamo imbattuti in una bellissima grotta, chiamata Ana Kai Tangata.


Inoltre, sull'isola, c'è un ufficio postale che permette di porre un timbro dell'isola sul passaporto. Non so quante volte mi sono beato con amici e conoscenti del mio timbro di Rapa Nui sul passaporto.

E infine, visto che siamo inguaribili romantici, non abbiamo potuto non rendere tributo a Rapa Nui con un po' di buona musica.



E sempre in tema di inguaribile romantico, l'8 agosto non è una data casuale per pubblicare questo post.

L'8 agosto fu infatti la data in cui cominciò ufficialmente il viaggio, da quel travagliato volo ad Amburgo di cui vi ho parlato ad inizio post. 5 anni fa, come 5 furono i giorni di permanenza sull'isola.

Questo post è dunque anche un tributo a un viaggio che per me è stato della vita. Uno di quei momenti di bellezza pura, estrema, di gioia incontenibile, che sono stato fortunato abbastanza da poter vivere.

Uno di quei momenti che rimangono nella memoria e che ti suscitano incredulità. Ci sono stato davvero? Saranno stati i voli intercontinentali lunghissimi e il relativamente breve tempo di permanenza sull'isola, che davvero sembra essere stato tutto un meraviglioso sogno lungo più del solito.

Quando ripenso all'isola mi viene da tirarmi un pizzicotto come quando fai un sogno troppo bello per essere realtà.

È uno di quei momenti che ti entra talmente tanto sottopelle, che non sai se non ci vorrai tornare, perché è stato bello così e forse irripetibile, o se invece ci vorrai tornare da vecchio ottantenne ad impararti la lingua Rapanui in pensione, sempre che per allora non abbiano decifrato il rongorongo!

Uno di quei momenti a cui pensi.

Uno di quei momenti cui ripensi.

Guardando ad un orizzonte che quello no, sai non essere un sogno, sai esistere.

E sperando che scrutare all'orizzonte permetta al tuo sguardo di posarsi di nuovo sulla Grande Bellezza.

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